I mondiali italioti e la resilienza.

15.11.2017

Attenzione: articolo ad alto tasso di anticonformismo. Non leggere se patriottici e amanti del calcio.

Ho notato in giro parecchie parole di sconforto circa il non passaggio della squadra Italia ai Mondiali di Calcio. Parole che evocavano i bambini (qualcuno pensi ai), costretti a godersi la prossima estate senza famigerate notti magiche; parole lagnose su ricordi infantili, pizze, birre, cene coi maxischermi, sponsor, diritti televisivi, estati italiane, soldi, tradizione, italiani tutti amici, esami di maturità, inseguendo un goal.

Ho letto parole di ironia aggressiva verso la Svezia, ma ancor prima ho sentito i fischi che i tifosi italiani (gli stessi che mostravano orgogliosi cartelli "Svezia Game Over") buttavano al vento durante l'inno svedese a San Siro.

Tifosi così patriottici quando si tratta della propria nazione, ma così scafati da denigrare la nazione degli altri, da metterla alla berlina. Odio verso gli avversari. Avversari, colpevoli solo di essere, appunto, avversari

"Che vinca il migliore!" è un lontano ricordo, sentito in qualche cartone animato, un'utopia che a volte si palesa di fronte a gare di poco conto. Quando si tratta di roba grossa, invece, si deve dar contro l'altro lato delle righe. Fischi, cartelli e chi più ne ha più ne metta. Perché, per il tifoso italiano, nulla si deve frapporre tra l'amata patria e la vittoria, la partecipazione. L'esserci.

Il calcio, e non dico nulla di nuovo, dà sfogo ad animi impetuosi ma implodenti. Che fanno fatica a trovare gratificazione altrove, che spostano sempre la responsabilità verso cause esterne, che non sanno perdere

Perché perdere è un'arte che si impara attraverso la resilienza, ovvero la capacità di assorbire un colpo e di andare avanti. Di guardare le cose da un alt(r)o punto di vista. Di conservare la propria dignità.

C'è molto da lavorare: siamo rimasti al panem et circenses. E credo ci resteremo ancora a lungo.