La festa della donna e le mimose nella bara.

09.03.2018

E' appena passata, gioia dei fiorai e dei venditori ambulanti, consumistica come ogni tradizione che si rispetti, la famosa festa della donna; è già nell'aria a fine febbraio, e nei supermercati, dove aleggia un senso di sommessa, calda freschezza, tra le uova di Pasqua e i Baci Perugina dell'ovvio San Valentino.

La festa della donna irrompe, veicolando anche nel 2018 una donna, emancipata, eh!, angelo del focolare, sempre pronta a comprendere (sappiamo tutti cosa significa comprensione, vero?), giustificare, farsi andare bene tutto, aiutare. In famiglia, è l'inevitabile discarica dei sentimenti e dei problemi degli altri, perché una donna, si sa, è più sensibile e più emotivamente intelligente degli uomini, che sono piccoli bambini incapaci di lavare due piatti, di fare la lavatrice, di farsi il letto, capricciosi e irresistibilmente dipendenti dalla mamma, dalla moglie e dall'amante. 

Però lei è emancipata, eh! 

- Fa cambiare il pannolino del figlioletto, al marito, e lui sbuffando, ciabattoso, tra mille smorfie davanti alla merda del neonato, arriva anche a dire "Cosa mi tocca fare...dove lo trovi un marito così?". Lei sorride, maternamente complice del marito birichino.

- La donna nel 2018 è emancipata, ai colloqui di lavoro dice che non ha intenzione di avere figli, così quando le fanno mobbing al rientro dalla maternità qualcuno può dire che s'è l'è cercata. 

- Le malattie dei figli, laddove è riuscita a mantenere il posto di lavoro, le curano i nonni ché né lei né suo marito, pur avendone i diritti, possono permettersi di stare a casa per dare la tachipirina ai bambini. 

- Lei è emancipata e ha le mestruazioni dolorose, c'è una proposta di legge che prevede l'astensione dal lavoro durante i giorni del ciclo e lei la rifiuta, si erge a paladina degli uffici e critica chi se ne approfitta.

Non voglio pensare che l'emancipazione nel 2018 significhi essere amici del giaguaro in un palazzo di cristallo con le sbarre alle finestre.

Forse era meglio anni fa, quando era palese che il posto della donna era a casa, muta, poche storie, nessun diritto? Meno ipocrisie, meno fraintendimenti, ruoli chiari e definiti, come in caserma. Non è un caso che i diritti acquisiti dalle donne nel tempo, vadano di pari passo con quelli sul lavoro, per tutti.

Rispetto a qualche anno fa le situazioni sono diverse, almeno a parole, ma la realtà è che non si è pronti a cavalcare una vita in piena consapevolezza. C'è paura, c'è un perenne dover rendere conto a qualcosa che è altro da noi.

In una panorama dove la sanità mentale sociale sembra un miraggio, e se c'è appare contraddittoria come un'oasi nel deserto, le rassicuranti feste comandate (l'aggettivo la dice lunga), vissute quasi come un rifugio, una taverna con tarallucci e vino, rendono semplice trovare il proprio (non) ruolo. Per continuare a convivere con certe (evitabili) tragedie, certi stupri, certe bambine ammazzate col pigiamino, al caldo, sotto il piumone, col bacio del rossetto della mamma ancora stampato sulla guanciotta fredda. Cadavere, piccola mimosa intrisa nel sangue, in una bara di metallo, freddo come lei, perché la metà del suo dna (non riesco a scrivere padre, a renderlo soggetto) ha fatto i capricci.