Se questa è memoria.

30.01.2018

Ho atteso prima di scrivere sulla Shoah, termine che deriva dalla lingua ebraica e significa "catastrofe", "distruzione". E' stato un atto voluto, per riportare l'attenzione sul disprezzo quando sembra tutto passato, almeno fino al prossimo 27 gennaio. 

Sì, perché siamo ancora nel mondo del disprezzo, anche se non pare. Il nostro è un mondo digitalizzato in cui le distanze spazio/tempo sono annullate e gli ideali balzano fuori dai cilindri, in nome del politically correct; vi si predica l'inclusione e nascono nuove forme di lavoro. Una realtà patinata, social, condivisa: basta un amen per sentirsi con la coscienza a posto, tanto i problemi non entrano in casa nostra. 

L'altro giorno ero in centro, nella città dove abito: un piccolo borgo culturalmente attivo. C'è il teatro, la casa natale di Maria Montessori, la Manifattura Tabacchi, la pista ciclabile. Passa un ragazzo in bicicletta e un signore, sui 70, gracchia forte:

anche il collo, oltre a quei capelli, ti taglierei.

Un pugnale. Un pugnale di parole, gridate al vento, alla folla, al bambino sul passeggino che osservava tranquillo, col gelato in mano. Un pugnale filante, sui capelli lunghi di un ragazzo che passeggiava su due ruote. Il mostro taglia il collo e brucia, nei forni, chi non sventola il suo standard, chi non mostra l'ardore maschio coi coglioni e i capelli corti.

Il regime è nelle idee. E' necessario non abbassare la guardia se vogliamo garantire la nostra libertà e quella di chi verrà dopo di noi. 

La memoria non serve.